Girolamo, vi sono narrati numerosi
episodi di assalti del demonio:
«C’era un giovane fortissimo, di nome
Marsitas, del territorio di Gerusalemme.
Egli si vantava tanto delle sue forze, che
riusciva a portare per lungo tempo e a
grande distanza quindici moggia di frumento,
e pensava di coronare la sua forza se avesse
potuto vincere gli asini. Costui, invasato
da un demone stramalvagio, non lasciava
integri né catene, né ceppi, né chiavistelli
delle porte. A molti aveva troncato a morsi
il naso e gli orecchi. A taluni aveva rotto i
piedi, ad altri la gola. E aveva incusso in
tutti un così grande errore di sé, che veniva
trascinato al monastero come un ferocissimo
toro, carico di catene e di funi tanto che
coloro che lo portavano tiravano in diverse
direzioni. Quando lo videro i confratelli,
atterriti, – era infatti di straordinaria statura
– corsero ad annunciarlo al padre (Ilarione).
Egli, restando seduto, ordinò di trascinarlo
davanti a sé e di lasciarlo libero. E slegato
che fu gli disse: “Abbassa la testa e vieni”.
Quello cominciò a tremare e a piegare il
collo e non osava guardare verso di lui e,
deposta ogni ferocia, cominciò a leccare i
piedi di Ilarione che se ne stava seduto. E in
tal modo il demone che aveva posseduto
il giovane, scacciato e castigato, uscì da lui
il settimo giorno.
E non si deve neanche passare sotto
silenzio l’episodio di Orione, uomo eminente
e ricchissimo della città di Aila, che sovrasta
il Mar Rosso. Egli, posseduto da una legione
di demoni, fu condotto a Ilarione. Le mani,
il collo, i fianchi, i piedi erano carichi di
catene, e gli occhi torvi rivelavano la
violenza del suo furore. E mentre il santo
passeggiava con i confratelli e interpretava
non so che passo delle Scritture, egli sfuggì
dalle mani di coloro che lo tenevano e,
afferrandolo dietro la schiena, lo levò in
alto. Un urlo smisurato si elevò da tutti:
temevano, infatti, che avrebbe spezzato
quelle membra, sfinite dai digiuni.
Il santo, però, sorridendo disse:
“Tacete, e lasciate a me il mio maestro di
palestra!”. E così, piegando la mano sopra le
spalle, toccò il capo di costui e, afferratolo
per i capelli, se lo tirò davanti ai piedi,
tenendo strette davanti a sé entrambe le
sue mani e calcandogli a terra i piedi con i
propri piedi. Nello stesso tempo ripeteva:
“Patisci, turba del demoni, patisci!”. E
mentre quello urlava e, rovesciata la testa
indietro, toccava con essa la terra, Ilarione
disse: “Signore Gesù, libera il misero, libera
il prigioniero! Come è in tuo potere vincerne
uno, così anche vincerne molti”. Dico una
cosa inaudita: dalla bocca di un solo uomo
si udivano diverse voci e quasi un clamore
confuso di folla. Dunque, anche costui fu
guarito, e dopo non molto tempo venne al
monastero con la moglie e i figli, portando
numerosi doni, quasi volendo ringraziarlo.»
N
ella vita di Ilarione scritta da San

